Estratto di Cronaca Qui – 21/2/2013

Vi segnaliamo questo articolo relativo ad un libro scritto da Chiara Nejrotti, membro della nostra Compagnia!

Alla ricerca di Peter Pan_CronacaQui 21022013_Scacchi

Un saggio “Alla ricerca di Peter Pan”

Pubblicato il febbraio 26, 2013

Alla ricerca di Peter Pan_CronacaQui 21022013_Scacchi
Alla ricerca di Peter Pan (Chiara Nejrotti e Paolo Gulisano; Edizioni Cantagalli, Siena
2010; pp. 184, € 14,50)
Peter Pan. Tutti ne hanno sentito parlare, molti hanno visto il film della Disney, pochi
hanno letto le opere di cui è protagonista. “Alla ricerca di Peter Pan” (Cantagalli, 2010)
sonda il background del ragazzino volante vestito di verde che non voleva crescere
analizzando la vita del suo autore, lo scozzese J.M. Barrie, e i simboli archetipici presenti
nelle sue avventure. Un saggio mai pesante e sempre sorprendente, scritto da Chiara
Nejrotti e Paolo Gulisano. La prima, torinese, punto di riferimento per il Piemonte della
Società Tolkieniana Italiana, pedagogista, è autrice di “Sotto il segno di Hermes” (Il
Cerchio, 1996). Il secondo è uno dei maggiori studiosi di Tolkien e di C.S. Lewis in Italia,
autore di moltissimi libri in cui affronta i temi del folklore, del mito e della religione. Chi è
Peter Pan? Comparve nel 1903 nel romanzo di Barrie The Little White Bird, “L’uccellino
bianco”. Un anno dopo Peter approdò in teatro in “Peter Pan, o il ragazzo che non voleva
crescere”. Nel 1906 uscì il libro “Peter Pan nei giardini di Kensington” che riprese i capitoli
dell’opera del 1903 incentrati su Peter; solo nel 1911 venne pubblicato il più noto “Peter
Pan e Wendy”, che riprese in forma romanzata la commedia teatrale. I due Peter sono
diversi tra loro: quello di Kensington è più inquietante (e ha una settimana di vita!), mentre
l’altro è all’apparenza più allegro. Il primo cavalca una capra e suona un flauto, come il
dio Pan, il secondo combatte contro Capitan Uncino e vive in Neverland, l’isola-che-non-
c’è. Entrambi restano eterni bambini (da cui la Sindrome di Peter Pan, quella situazione
psicologica per cui un adulto manifesta comportamenti infantili). Attorno a Peter vivono
una miriade di simboli (come l’isola), di riferimenti classici e folkloristici (le sirene, le fate) e
personaggi che rappresentano fasi della crescita (come Wendy). Un testo che, attraverso
Peter, ci parla dei nostri sogni e di una realtà che ci costringe a metterli pericolosamente
da parte.
Mauro Scacchi

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Samwise Gamgee e i tanti perché del mio amore per lui

Ciao a tutti, sono Francesca, membro della Compagnia dei Dúnedain, e oggi ho deciso di parlarvi del personaggio che in assoluto preferisco di più de «Il Signore degli Anelli», ma prima, concedetemi una breve presentazione!

Generalmente mi definisco una Tolkieniana folle e penso sia così. Lo sono da quando avevo 15 anni, perché adoro il mondo che ha creato il Maestro, perché i suoi sono gli unici libri che rileggo e che amo rileggere (normalmente non lo faccio mai, ma cerco sempre libri nuovi) e ho perso il conto di quante volte ho visto i film.

Oggi una mia amica mi ha chiesto di scrivere un articolo su Sam, sul mio amato Sam!

Nel caso non si fosse capito, io… adoro letteralmente SAM!

Per me è un piccolo e purtroppo sottovalutato eroe de Il Signore degli Anelli. È come se fosse dato per scontato, nel senso che viene visto banalmente, forse anche troppo, come il compagno di avventure di Frodo, un sempliciotto e niente di più.

Personalmente non sono di questo avviso.

Premetto che trovo meraviglioso ogni singolo personaggio de Il Signore degli Anelli, non ce n’è uno che mi dispiaccia. Ognuno di loro ha un suo ruolo fondamentale nella storia e anche i cattivi ne rivestono alcuni di rilevante importanza, a mio parere.

Ma vorrei far notare un particolare… che per me è quantomeno importante: Gandalf, Aragorn, Legolas, Gimli, Faramir, Boromir, Eowyin, chi più chi meno, hanno un motivo solidissimo per combattere Sauron. Si battono per qualcosa, quel qualcosa che gli fa vincere le proprie paure. Frodo poi, più di chiunque altro, perché è il portatore dell’Anello. Lui deve esserci!

Ma Sam? Che motivo aveva Sam di partire per chissà quali pericoli? Lui non è un guerriero, non è nobile, e non ha «missioni da compiere». Ma chi glielo ha fatto fare, dico io? 😛

Lui è solo un umilissimo giardinere e la sua famiglia lavora, da generazioni, per conto dei Baggins. Lui, come Merry e Pipino(altri due personaggi che adoro, per la loro incredibile spontaneità), non ha nessun motivo per iniziare il viaggio. Potrebbe stare a casa sua e continuare a prendersi cura del giardino di casa Baggins, no?

E invece no, prende e segue Frodo fino all’inferno, solo ed esclusivamente per affetto, per amore fraterno.

Lo fa per non deludere una semplice promessa: «NON DEVI PERDERLO SAMWISE GAMGEE».

Una promessa di per sé è vincolante solo se ci credi, altrimenti è nulla, a parer mio. Ma lui in quella promessa ci ha messo tutto il suo coraggio, tutta la sua forza, tutto il suo cuore.

Frodo e Sam hanno un legame incredibile, la loro amicizia mi ha sempre donato tantissimo ed emozionato, perché a differenza di tutti gli altri rapporti ne Il Signore degli Anelli, la loro nasce come un rapporto non paritario. Senza sminuire nessuna delle altre, che sono tutte meravigliose, quella tra Frodo e Sam mi ha davvero toccato il cuore  è quella a cui mi sento più vicina. Ovviamente è un gusto personale, ma è un dato di fatto per me.

Ancora oggi ricordo i  brividi che ho sentito quado, per la prima volta, ho visto la scena della barca, ormai 10 anni fa. Oppure un’altra scena, quella a Mordor in cui Frodo si gira verso Sam e gli dice: «Sono contento che tu sia con me». Dà lì non ho mai smesso di amarli.

Mi emozionano tanto, e ciò che mi ha sempre emozionata più di tutto è che, inaspettatamente, appartengono a due classi sociali diverse: Frodo è benestante, viste le ricchezze messe da parte da Bilbo, Sam invece è in una condizione più sfavorevole, perché lui lavora per qualcun altro, mentre Frodo vive di rendita.

La famiglia di Sam lavora al servizio dei Baggins da generazioni.

Normalmente le persone ricche non simpatizzano per le persone più povere, o le trattano con sufficienza, invece Frodo per primo non fa caso alla differenza di «classe sociale» se così si può definire. Lui è amico di Sam e basta. Gli è amico non perché sia il suo giardiniere, ma per la persona che è Sam.

Poi è vero che Sam per contegno mantiene sempre il rapporto su una posizione di sudditanza (lo chiama «Padron Frodo», gli dà del voi, e cerca sempre di servirlo), ma è una sua decisione perché ha un cuore immenso. Credo che se non fosse Sam a manifestare questa differenza, ossia se Tolkien non avesse deciso di manifestarla così, non si direbbe mai che sono uno il capo dell’altro, perché hanno un rapporto talmente forte e intenso, che sovente non solo la barriera sociale tra loro si annulla, ma spesso i ruoli si invertono, in quanto spesso è Frodo che si appoggia a Sam, che si fida di lui, e che quasi «non può fare a meno di lui». Che si vogliano un bene dell’anima è sottointeso, ovviamente, ed il loro affetto cresce man mano che continuano questo viaggio verso ignoti pericoli con sempre meno speranze.

Comunque ritornando alla scena della barca, la mia preferita in assoluto…

Frodo è lì, sulla riva, in preda all’angoscia. Si sente addosso il peso della colpa della morte di Gandalf, la paura per la sua missione, si sente piccolo, impotente, pieno di ansia. Capisce che l’unico modo per salvare tutti è la sua partenza, la qual cosa lo riempie giustamente d’angoscia. Proprio mentre sta partendo sulla barca, arriva qualcuno dietro di lui… chi sarà mai?

Sam, che nel frattempo l’ha cercato disperatamente in lungo e in largo.

Arriva di corsa e se lo vede andare via. In quel momento Sam si dimentica di tutto. Si dimentica che non sa nuotare e che potrebbe morire se entra in acqua. Si dimentica tutto e va per seguire Frodo.

Questo piccoletto! Una creatura da niente, a prima vista, avrebbe preferito morire piuttosto che mancare una promessa fatta a Gandalf per Frodo. Avrebbe preferito perdere la sua vita in un modo atroce come l’annegamento pur di non deludere un amico!

Su Youtube ho letto un parere che mi ha commossa: qualcuno ha scritto che Sam non ha avuto paura di morire, perché in quel momento per lui la cosa più importante era andare via con Frodo, non lasciarlo da solo. Se Frodo fosse andato via, lui si sarebbe semplicemente lasciato morire. Per lui era inconcepibile non stare con lui, non aiutarlo. Avrebbe davvero preferito morire.

Credo che sia una grande prova di amicizia, perché Sam in quel momento era sicuro che Frodo non lo avrebbe mai lasciato morire. Si è fidato ciecamente dell’affetto del suo amico.

Sembra incredibile, oggi come oggi. Quanti di noi sarebbero capaci di un gesto simile? Io no per prima!

Ad un certo punto Frodo lo tira su e lo guarda, con la paura negli occhi, senza riuscire neppure a rimproverarlo per la pazzia appena commessa, perché secondo me in quel momento ha veramente vissuto una paura incredibile. E Sam non trova altro da dire che ribadire coraggiosamente la sua missione: restare accanto a Frodo, nel bene e nel male. Incondizionatamente. In fondo in fondo una missione c’è anche per Sam.

Sam sapeva a che cosa stava andando incontro. Sapeva che l’Anello a poco a poco avrebbe indebolito la volontà di Frodo, e che il suo Padrone lo avrebbe umiliato, cacciato via. Eppure lui, Samwise Gamgee, sarebbe sempre stato accanto al suo amico.

L’abbraccio che si scambiano subito dopo che Sam è stato tirato su, come se ora fosse Frodo ad avere paura di perderlo, è uno dei momenti più intensi di tutto il libro e del film, perché simboleggia il patto tacito tra di loro: di esserci sempre l’uno per l’altro.

Non posso farci nulla: questo piccoletto mi spiazza completamente.

La verità è che tutti vorremmo un amico come Sam, però ci curiamo poco o affatto di essere noi per primi Sam per gli altri. Più guardo la forza e il cuore di Sam e più penso che ho veramente sempre troppo da imparare da lui.

Francesca

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1° raduno – 6 marzo 2013

Rivendell

Foto tratta da: laterradimezzo.forumcommunity.net/?t=16875638

Il primo raduno della Compagnia riguardava i seguenti argomenti:

Rivendell

La discussione si è incentrata molto sia sul luogo in sé, su cosa potesse significare all’interno della storia di Arda, sia sui suoi abitanti, in particolare Elrond.

Per quanto riguarda il luogo abbiamo citato la lettera di Tolkien al suo editore, in cui spiegava che

Elrond simboleggia costantemente la sapienza antica e la sua Casa rappresenta il Sapere: vale a dire la conservazione, in riverente memoria, di tutta la tradizione che riguarda ciò che è bene, cioè che è saggio e ciò che è bello. La sua Casa non è teatro di ‘azione’, ma luogo di ‘riflessione’. A essa si fa visita lungo il cammino di tutte le gesta o di tutte le ‘avventure’. Può darsi che la Casa stia sul cammino principale (come accade ne Lo Hobbit); ma può anche capitare che quello sia il luogo da cui diviene necessario imboccare una strada completamente inattesa. Così avviene, evidentemente ne Il Signore degli Anelli, allorché, ricevuto da Elrond rifugio onde scampare all’inseguimento serrato di un male, l’eroe riparte dalla sua Casa prendendo una direzione interamente nuova: quella che lo porterà ad affrontare il male là dove esso ha origine”

Da una lettera di J.R.R. Tolkien a Milton Waldman, 1951, in Il Silmarillion (illustrato da Ted Smith), J.R.R. Tolkien, V edizione Bompiani, dicembre 2012.

Da qui è nata una bellissima discussione che ha poi spaziato su eventuali interpretazioni di Rivendell come un simbolo quasi “spirituale” nel senso che è al di fuori del tempo e che in questo luogo tutto è possibile. Come racconta Tolkien in Lo Hobbit a Gran Burrone si possono trovare diversi passatempi, dalla lettura, al cibo, al canto, al riposo, ecc.

Le spade

Sulle spade ci siamo soffermati a commentare Narsil, Andúril, Glamdring, ma ritengo di non essere la persona più adatta a relazionare su questo punto. Attendo commenti dagli altri partecipanti 😀

Tra bibite e patatine sono volate 3 ore di conversazione in un’atmosfera molto piacevole e cordiale, direi quasi alla Hobbit 😀

Ringrazio ancora una volta tutti coloro hanno partecipato, Daniele, Chiara, Barbara, Mauro, Oleh, e tutti gli altri di cui non ho ancora imparato il nome (perdonatemi)!

Paola

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Perché Compagnia dei Dúnedain?

Compagnia dei Dúnedain nasce come nome “rappresentativo” del gruppo dei Torinesi amanti di Tolkien. Dúnedain vuol dire “uomini dell’ovest” e noi lo siamo, ci è sembrato un modo simpatico di chiamarci.

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